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28 Feb
There Will Be Blood, 2007 di Paul Thomas Anderson (arrivato in italia con il titolo “Il Petroliere”)
Premessa: questo potrebbe essere il primo di una lista di film che recensirò in seguito agli Oscar del 2008, There Will be Blood in particolare ha vinto due oscars: Miglior Attore Protagonista a Daniel Day-Lewis e Miglior Fotografia a Robert Elswit.
E’ diventata mia abitudine, durante la visione di un film, prendere appunti su un foglio di bloc-notes dei pro e dei contro che incontro per poi avere dei punti di riferimento al momento della recensione finale, progredendo con la visione se un elemento migliora viene sottolineato, o cerchiato, o evidenziato, messo in evidenza insomma.
Nel caso di There Will Be Blood le parole “Sequenza Iniziale” sono scritte a caratteri cubitali, cerchiate tre volte ed evidenziate con il mio Stabilo Bros preferito: l’arancione.
15 minuti di silenzio cullato fra il suono prodotto da un piccone ed il pianto di un neonato, il tutto farcito con una colonna sonora che prende ispirazione da quella di 2001: A Space Odyssey, creando un affascinante incantesimo spezzato soloda un monologo di 2 minuti del protagonista, un monologo carico di sentimento che ritrae subito in maniera abbastanza chiara il personaggio di cui seguiremo le vicende e riesce inoltre a denotare chiaramente i canoni che ha intenzione di seguire l’intera pellicola,
“To make a long one short”, in appena 17 minuti, There Will Be Blood si era già autodefinito come capolavoro nel mio metro cinefilo personale.
Poi il film è andato avanti, dandomi ulteriori motivi di aggiungere più sul mio foglio: il piccolo H.W. , che supera con facilità la perfezione nel suo ruolo; una colonna sonora (di cui ho già esplicitato l’ispirazione motivando il mio entusiasmo a riguardo) veramente ottima che da il ritmo per alcune sequenze rendendole, se possibile, ancora migliori di quanto già non lo siano; le sequenze dell’esorcismo, catartiche,  ed una fotografia impeccabile per tutti i 158 minuti del film.
Sul protagonista preferirei non dilungarmi, ha già preso l’Oscar ed è stato osannato da qualunque critica mondiale, Daniel Day-Lewis è stato semplicemente straordinario.
Per concludere faccio nuovamente riferimento al mio blocco degli appunti; “Sequenza iniziale” non era l’unico elemento a saltare all’occhio sul foglio di There Will be Blood, ce n’era un’altra dotata sicuramente dello stesso sfarzo, se non superiore: “Sequenza Finale”.
E’ come se l’ultima parte del film fosse un’iperbole di pellicola da 35mm che culmina nella scena conclusiva, nella perfezione della scena conclusiva, nell’assoluta magnificenza della scena conclusiva.
Posso dunque affermare che There Will Be Blood è un maledetto capolavoro, e nonostante non abbia vinto l’oscar come miglior miglior film (per ovvi motivi, aggiungerei: No Country For Old Men) rimane un film del quale obbligo la visione a voi tutti, senza eccezione alcuna.

There Will Be Blood, 2007 di Paul Thomas Anderson (arrivato in italia con il titolo “Il Petroliere”)

Premessa: questo potrebbe essere il primo di una lista di film che recensirò in seguito agli Oscar del 2008, There Will be Blood in particolare ha vinto due oscars: Miglior Attore Protagonista a Daniel Day-Lewis e Miglior Fotografia a Robert Elswit.

E’ diventata mia abitudine, durante la visione di un film, prendere appunti su un foglio di bloc-notes dei pro e dei contro che incontro per poi avere dei punti di riferimento al momento della recensione finale, progredendo con la visione se un elemento migliora viene sottolineato, o cerchiato, o evidenziato, messo in evidenza insomma.

Nel caso di There Will Be Blood le parole “Sequenza Iniziale” sono scritte a caratteri cubitali, cerchiate tre volte ed evidenziate con il mio Stabilo Bros preferito: l’arancione.

15 minuti di silenzio cullato fra il suono prodotto da un piccone ed il pianto di un neonato, il tutto farcito con una colonna sonora che prende ispirazione da quella di 2001: A Space Odyssey, creando un affascinante incantesimo spezzato soloda un monologo di 2 minuti del protagonista, un monologo carico di sentimento che ritrae subito in maniera abbastanza chiara il personaggio di cui seguiremo le vicende e riesce inoltre a denotare chiaramente i canoni che ha intenzione di seguire l’intera pellicola,

To make a long one short”, in appena 17 minuti, There Will Be Blood si era già autodefinito come capolavoro nel mio metro cinefilo personale.

Poi il film è andato avanti, dandomi ulteriori motivi di aggiungere più sul mio foglio: il piccolo H.W. , che supera con facilità la perfezione nel suo ruolo; una colonna sonora (di cui ho già esplicitato l’ispirazione motivando il mio entusiasmo a riguardo) veramente ottima che da il ritmo per alcune sequenze rendendole, se possibile, ancora migliori di quanto già non lo siano; le sequenze dell’esorcismo, catartiche,  ed una fotografia impeccabile per tutti i 158 minuti del film.

Sul protagonista preferirei non dilungarmi, ha già preso l’Oscar ed è stato osannato da qualunque critica mondiale, Daniel Day-Lewis è stato semplicemente straordinario.

Per concludere faccio nuovamente riferimento al mio blocco degli appunti; “Sequenza iniziale” non era l’unico elemento a saltare all’occhio sul foglio di There Will be Blood, ce n’era un’altra dotata sicuramente dello stesso sfarzo, se non superiore: “Sequenza Finale”.

E’ come se l’ultima parte del film fosse un’iperbole di pellicola da 35mm che culmina nella scena conclusiva, nella perfezione della scena conclusiva, nell’assoluta magnificenza della scena conclusiva.

Posso dunque affermare che There Will Be Blood è un maledetto capolavoro, e nonostante non abbia vinto l’oscar come miglior miglior film (per ovvi motivi, aggiungerei: No Country For Old Men) rimane un film del quale obbligo la visione a voi tutti, senza eccezione alcuna.

09 Feb
Into The Wild, 2007 di Sean Penn  Prima di scrivere questo post confesso di aver letto molti altri pareri a riguardo in una lista di blog assurdamente vasta per essere citata, cercando di capire cosa sia effettivamente questo film; eppure, nonostante tutto, non ho trovato nessun giudizio che potessi condividere appieno, poichè o immotivatamente positivi o eccessivamente incalzanti nella negatività di aspetti che io, invece, ho avuto modo di apprezzare. Perciò potrebbe risultare un pò contorta come recensione, prometto di cercare di aggiustarla il più possibile.  Probabilmente la grande sfortuna che incontra Into the Wild per quanto riguardo il mio giudizio è stata quella di divenire inevitabilmente elemento di paragone con la regia di Ben Affleck per Gone Baby Gone (tre post più sotto il mio parere decisamente positivo); in quanto entrambe le pellicole vedono attori scavalcare la cinepresa e diventare registi. Il problema risiede nella differenza di stili che scelgono i due (ex?)attori: mentre la regia di Ben Affleck è di alto, altissimo livello nel suo dettaglio e nella totale schiettezza, Sean Penn riesce a sviluppare uno degli elementi che vanno a grande discapito del film sotto giudizio: una direzione che in alcuni momenti risulta inutilmente sperimentale, con un uso dello split screen talmente terribile da risultare simile al lavoro di un ragazzino di 14 anni con la sua prima cinepresa in mano e windows movie maker appena installato; a tutto ciò si controbilancia, fortunatamente, una fotografia che ha dell’eccezionale, catturando la profonda attenzione per la natura tanto cara al protgonista trasmettendo un forte desiderio di visitare a nostra volta tali posti.  Il protagonista,  che riconosceremo principalmente con il nome fittizio che sceglie: Alex Supertramp (Emile Hirsch), decide di abbandonare tutto ciò che ha (compresa la sua famiglia) per avventurarsi in un viaggio a stretto contatto con la natura avente l’unico scopo di raggiungere e vivere in Alaska; ed è in questo lungo perscorso che incontrerà diversi personaggi sui quali avrà un’nfluenza da definire quasi profetica, la stessa influenza che viene riflessa su noi spettatori, ed è quella che personalmente considero il perno su cui fa forza il film: la visione utopica, rivoluzionaria, estremamente corretta nella sua logica che ha il protagonista, supportata da numerossisime citazioni di letteratura internazionale di degno spessore, facendo nascere in noi, seppur per un baleno, la voglia di provare un’esperienza simile.  Purtroppo però c’è la voice over della cara sorella del protagonista che ci riporta alla dura realtà delle scelte del tutto sbagliate del film: un conto è descrivere brevemente la situazione sotto un aspetto che potrebbe essere interessante (in questo caso la scena familiare dopo la fuga di Alex) in momenti in cui avrebbe effettivamente senso, un altro è descrivere almeno 6 volte la stessa cosa interrompendo quel senso di isolamento che è tanto rilevante nel messaggio che vuole trasmettere il protagonista e quindi, con esso la pellicola, cercando invece di renderlo ancora più esplicito, come se non fosse chiaro come l’acqua sin dalle prime scene.  Nuovamente però, Into The Wild si riprende con le brevi apparizioni delle persone che Alex incontra nel sul viaggio, dall’adorabile coppia hyppie alla discutibile (e forse non del tutto necessaria) 16enne vogliosa, passando dalla coppia di svitati per finire con il ritratto di un uomo profondamente solo nella sua vecchiaia: tutti dei ritratti non eccessivamente approfonditi e delineati che riescono lo stesso a creare delle figure importanti nel film, sicuramente più sensate di quelle dei genitori grazie alla palese falsità che trabocca da ogni inquadratura nella quale compaiono nella loro perfetta casa da sogno americano.  L’intero circolo di eventi si sviluppa su una struttura di flashback che è discutibile ma sicuramente necessaria, perchè altrimenti (come faceva notare ancora una volta il saggio Kekkoz) un’ora finale (delle già allungate 2 ore e mezza complessive) pienamente sviluppata nell’ultimo baluardo contro la società che sceglie Alex, il pulmino abbandonato in Alaska, sarebbe stata devastante nel suo impatto; eppure rimane in me il dubbio che avrebbe conferito uno spessore morale ancora maggiore alla pellicola.  Ed è proprio questo quello che rende Into The Wild un film che va visto, il suo enorme spessore morale, sul quale potremmo discutere inutilmente per cartelle e cartelle di testo, senza però coglierne la vera validità. Perciò è meglio che io concluda definendo Into The Wild una pellicola altalenante fra elementi molto buoni ed elementi disastrosi, sbarrandosi così la strada alla nomina di capolavoro, rendendolo solo un altro film pieno di significato espresso in un modo che potrebbe essere stato migliore. Però, mi ripeto, va visto.  P.S. Voglio fare un esplicito riferimento alla seguenza migliore del film, quella finale, una vera perla, non fatemela spoilerare che sennò mi sento in colpa. P.P.S. Altro dovuto riferimento: la colonna sonora di Eddie Vedder, perfetta.

Into The Wild, 2007 di Sean Penn

Prima di scrivere questo post confesso di aver letto molti altri pareri a riguardo in una lista di blog assurdamente vasta per essere citata, cercando di capire cosa sia effettivamente questo film; eppure, nonostante tutto, non ho trovato nessun giudizio che potessi condividere appieno, poichè o immotivatamente positivi o eccessivamente incalzanti nella negatività di aspetti che io, invece, ho avuto modo di apprezzare.

Perciò potrebbe risultare un pò contorta come recensione, prometto di cercare di aggiustarla il più possibile.

Probabilmente la grande sfortuna che incontra Into the Wild per quanto riguardo il mio giudizio è stata quella di divenire inevitabilmente elemento di paragone con la regia di Ben Affleck per Gone Baby Gone (tre post più sotto il mio parere decisamente positivo); in quanto entrambe le pellicole vedono attori scavalcare la cinepresa e diventare registi.

Il problema risiede nella differenza di stili che scelgono i due (ex?)attori: mentre la regia di Ben Affleck è di alto, altissimo livello nel suo dettaglio e nella totale schiettezza, Sean Penn riesce a sviluppare uno degli elementi che vanno a grande discapito del film sotto giudizio: una direzione che in alcuni momenti risulta inutilmente sperimentale, con un uso dello split screen talmente terribile da risultare simile al lavoro di un ragazzino di 14 anni con la sua prima cinepresa in mano e windows movie maker appena installato; a tutto ciò si controbilancia, fortunatamente, una fotografia che ha dell’eccezionale, catturando la profonda attenzione per la natura tanto cara al protgonista trasmettendo un forte desiderio di visitare a nostra volta tali posti.

Il protagonista,  che riconosceremo principalmente con il nome fittizio che sceglie: Alex Supertramp (Emile Hirsch), decide di abbandonare tutto ciò che ha (compresa la sua famiglia) per avventurarsi in un viaggio a stretto contatto con la natura avente l’unico scopo di raggiungere e vivere in Alaska; ed è in questo lungo perscorso che incontrerà diversi personaggi sui quali avrà un’nfluenza da definire quasi profetica, la stessa influenza che viene riflessa su noi spettatori, ed è quella che personalmente considero il perno su cui fa forza il film: la visione utopica, rivoluzionaria, estremamente corretta nella sua logica che ha il protagonista, supportata da numerossisime citazioni di letteratura internazionale di degno spessore, facendo nascere in noi, seppur per un baleno, la voglia di provare un’esperienza simile.

Purtroppo però c’è la voice over della cara sorella del protagonista che ci riporta alla dura realtà delle scelte del tutto sbagliate del film: un conto è descrivere brevemente la situazione sotto un aspetto che potrebbe essere interessante (in questo caso la scena familiare dopo la fuga di Alex) in momenti in cui avrebbe effettivamente senso, un altro è descrivere almeno 6 volte la stessa cosa interrompendo quel senso di isolamento che è tanto rilevante nel messaggio che vuole trasmettere il protagonista e quindi, con esso la pellicola, cercando invece di renderlo ancora più esplicito, come se non fosse chiaro come l’acqua sin dalle prime scene.

Nuovamente però, Into The Wild si riprende con le brevi apparizioni delle persone che Alex incontra nel sul viaggio, dall’adorabile coppia hyppie alla discutibile (e forse non del tutto necessaria) 16enne vogliosa, passando dalla coppia di svitati per finire con il ritratto di un uomo profondamente solo nella sua vecchiaia: tutti dei ritratti non eccessivamente approfonditi e delineati che riescono lo stesso a creare delle figure importanti nel film, sicuramente più sensate di quelle dei genitori grazie alla palese falsità che trabocca da ogni inquadratura nella quale compaiono nella loro perfetta casa da sogno americano.

L’intero circolo di eventi si sviluppa su una struttura di flashback che è discutibile ma sicuramente necessaria, perchè altrimenti (come faceva notare ancora una volta il saggio Kekkoz) un’ora finale (delle già allungate 2 ore e mezza complessive) pienamente sviluppata nell’ultimo baluardo contro la società che sceglie Alex, il pulmino abbandonato in Alaska, sarebbe stata devastante nel suo impatto; eppure rimane in me il dubbio che avrebbe conferito uno spessore morale ancora maggiore alla pellicola.

Ed è proprio questo quello che rende Into The Wild un film che va visto, il suo enorme spessore morale, sul quale potremmo discutere inutilmente per cartelle e cartelle di testo, senza però coglierne la vera validità.

Perciò è meglio che io concluda definendo Into The Wild una pellicola altalenante fra elementi molto buoni ed elementi disastrosi, sbarrandosi così la strada alla nomina di capolavoro, rendendolo solo un altro film pieno di significato espresso in un modo che potrebbe essere stato migliore.

Però, mi ripeto, va visto.

P.S. Voglio fare un esplicito riferimento alla seguenza migliore del film, quella finale, una vera perla, non fatemela spoilerare che sennò mi sento in colpa.

P.P.S. Altro dovuto riferimento: la colonna sonora di Eddie Vedder, perfetta.

06 Feb
Cloverfield, 2008 di Matt Reeves Non sono presenti contenuti che possano essere considerati spoiler, non temete. Indubbiamente l’enorme campagna di marketing che ha seguito questo film gli ha garantito la massiccia dose di attenzione che sta ricevendo in questi giorni. Credo sia passato circa un anno da quando il primo trailer è apparso sulla scena producendo il tanto noto hype grazie a pochi ma efficaci elementi: un film che parla di un mostro che attacca New York; la mente di J.J. Abrams dietro ed una generale curiosità dal modo in cui sono presentati gli eventi. Con il passare del tempo l’interesse si è evoluto, soprattutto nel sottoscritto, grazie alla nascita di teorie su cosa sia effettivamente il qualcosa che ci ha trovato, come recitano i poster della campagna pubblicitaria, la presenza di foto dal set sempre più assurde insieme altre piccole chicche. Poi, finalmente, venerdì scorso l’ho visto. Ed ho atteso quasi una settimana per parlarne per cercare di far smaltire la pura esaltazione che mi ha trasmesso la visione di questo film.  Cloverfield è una perla del cinema moderno, il primo film del suo genere che riesce a spingersi dove nessuno si era mai spinto prima, fornendo un punto di vista del tutto nuovo (sempre rimanendo nell’ambito del singolo genere, qualcosa in handycam era già stata fatta con Blair Witch Project) che garantisce un senso di immedesimazione incredibile. Sono del tutto assenti le inquadrature da blockbuster, nessun grand’angolo aereo o precisione e dettaglio in scene di grande confusione e distruzione, è tutto reso nel modo in cui una qualsiasi persona coinvolta negli avvenimenti lo percepirebbe, ed è proprio questo, ed è proprio questo che rende il film eccezionale. Cloverfield è girato intermanete in prima persona, seguiamo gli eventi attraverso la telecamera di Hud (tale T.J. Miller),  il quale viene catapultato dalla festa d’addio per il suo migliore amico (Rob, Michael Stahl-David) al susseguirsi di eventi generato dall’attacco con evidenti richiami agli avvenimenti dell’11/9 (senza però, grazie a Dio, Nicholas Cage bloccato sotto le macerie per 2 interminabili ore). E come se una tale rivoluzione non bastasse, Cloverfield si spinge ben oltre trasmettendo anche una delle attitudini che contraddistinguono l’età moderna: l’esigenza di testimoniare qualunque avvenimento attraverso i nuovi elementi tecnologici, come del resto è evidente  nella già ben nota scena della testa della Statua della Libertà nella quale i presenti si preoccupano molto di più di fotografare e filmare il reperto piuttosto che fuggire per salvare la propria vita. I personaggi sono ben delineati nelle loro caratteristiche che non vogliono ritrarre eroi o personaggi di spessore intellettuale e morale di alto livello, ma semplici persone comuni coinvolte in qualcosa di ben più grande di loro, dalla totale ingenuità del ragazzo dietro la telecamera al comportamento di Marlena (Lizzy Caplan) passando per i sentimenti di Rob. Che poi la pellicola risulti troppo lunga o troppo corta nei suoi 85 minuti (naturalmente il parere varia a seconda del vostro giudizio sul film) e che ad alcuni l’effetto di costante movimento dell’handycam risulti fastidioso è qualcosa di scontato, ma mi permetto di sorvolare sulla discussione di questi punti e passlo ad esprimere il mio sincero parere:
 Cloverfield è un film sensazionale.

Cloverfield, 2008 di Matt Reeves

Non sono presenti contenuti che possano essere considerati spoiler, non temete.

Indubbiamente l’enorme campagna di marketing che ha seguito questo film gli ha garantito la massiccia dose di attenzione che sta ricevendo in questi giorni.

Credo sia passato circa un anno da quando il primo trailer è apparso sulla scena producendo il tanto noto hype grazie a pochi ma efficaci elementi: un film che parla di un mostro che attacca New York; la mente di J.J. Abrams dietro ed una generale curiosità dal modo in cui sono presentati gli eventi.

Con il passare del tempo l’interesse si è evoluto, soprattutto nel sottoscritto, grazie alla nascita di teorie su cosa sia effettivamente il qualcosa che ci ha trovato, come recitano i poster della campagna pubblicitaria, la presenza di foto dal set sempre più assurde insieme altre piccole chicche.

Poi, finalmente, venerdì scorso l’ho visto.

Ed ho atteso quasi una settimana per parlarne per cercare di far smaltire la pura esaltazione che mi ha trasmesso la visione di questo film.

Cloverfield è una perla del cinema moderno, il primo film del suo genere che riesce a spingersi dove nessuno si era mai spinto prima, fornendo un punto di vista del tutto nuovo (sempre rimanendo nell’ambito del singolo genere, qualcosa in handycam era già stata fatta con Blair Witch Project) che garantisce un senso di immedesimazione incredibile.

Sono del tutto assenti le inquadrature da blockbuster, nessun grand’angolo aereo o precisione e dettaglio in scene di grande confusione e distruzione, è tutto reso nel modo in cui una qualsiasi persona coinvolta negli avvenimenti lo percepirebbe, ed è proprio questo, ed è proprio questo che rende il film eccezionale.

Cloverfield è girato intermanete in prima persona, seguiamo gli eventi attraverso la telecamera di Hud (tale T.J. Miller),  il quale viene catapultato dalla festa d’addio per il suo migliore amico (Rob, Michael Stahl-David) al susseguirsi di eventi generato dall’attacco con evidenti richiami agli avvenimenti dell’11/9 (senza però, grazie a Dio, Nicholas Cage bloccato sotto le macerie per 2 interminabili ore).

E come se una tale rivoluzione non bastasse, Cloverfield si spinge ben oltre trasmettendo anche una delle attitudini che contraddistinguono l’età moderna: l’esigenza di testimoniare qualunque avvenimento attraverso i nuovi elementi tecnologici, come del resto è evidente  nella già ben nota scena della testa della Statua della Libertà nella quale i presenti si preoccupano molto di più di fotografare e filmare il reperto piuttosto che fuggire per salvare la propria vita.

I personaggi sono ben delineati nelle loro caratteristiche che non vogliono ritrarre eroi o personaggi di spessore intellettuale e morale di alto livello, ma semplici persone comuni coinvolte in qualcosa di ben più grande di loro, dalla totale ingenuità del ragazzo dietro la telecamera al comportamento di Marlena (Lizzy Caplan) passando per i sentimenti di Rob.

Che poi la pellicola risulti troppo lunga o troppo corta nei suoi 85 minuti (naturalmente il parere varia a seconda del vostro giudizio sul film) e che ad alcuni l’effetto di costante movimento dell’handycam risulti fastidioso è qualcosa di scontato, ma mi permetto di sorvolare sulla discussione di questi punti e passlo ad esprimere il mio sincero parere:

Cloverfield è un film sensazionale.

30 Jan
Pensando e ripensando all’argomento sono giunto a quella che mi pare una conclusione soddisfacente: ho 18 anni compiuti da nemmeno 2 mesi, e da quando ho due anni che sono in contatto con il mondo della parola scritta. Sono cresciuto apprezzando un sacco di cose, sviluppando interessi abbastanza ampi su campi che stimolano la mia mente e mi portano, in un modo o nell’altro, allo sviluppo di sensazioni forti, fortissime; ma la parola scritta, cartacea o meno, rimane il metodo di espressione che ritengo più accurato, interessante e, soprattutto, mio. Mi viene naturale esprimere un concetto attraverso lo scorrere della sfera biro della mia penna o il ritmico battere della mia tastiera; checchè esso poi finisca in un .txt quasi dimenticato in una cartella dal nome ambiguo nel mio hard disk o nella mia Moleskine. Ed è per questo che stasera, dopo aver visto l’ennesimo film per il quale sento il fortissimo bisogno di esprimere la mia opinione, decido di portare avanti questo progetto. Senza l’arroganza di imporre la mia idea o di conferirmi autorità alcuna giudicando il rispettabile lavoro altrui, solo per permettere lo sviluppo di due delle mie passioni: la scrittura e il cinema. Ed è mia intenzione iniziare con il lavoro di un esordiente dietro la macchina cinematografica, sebbene molto rinomato nel mondo cinematografico: Ben Affleck.  Gone Baby Gone, 2007 di Ben Affleck  Dinnanzi a qualche novità bizzarra si tende sempre ad essere se non prevenuti quantomeno riluttanti, e questa è probabilmente l’opinione che si è diffusa quando effetivamente si è venuto a sapere che l’Affleck maggiore avrebbe diretto un film dello stesso autore di Mystic River, persino dello stesso genere andando a confrontarsi con un altro attore che ha deciso (saggiamente, aggiungo) di mettersi dietro la cinepresa, Clint Eastwood. Ed è un film ambientato a Boston, una città che costituisce una parte importantissima della mia vita, quindi avevo già due motivi più che validi per voler vedere questo film; inoltre il mio punto di riferimento per l’ambito cinematografico, il caro Kekkoz, lo ha giudicato come un’ottima sorpresa del quale mi sembrava quasi entusiasta, ponendolo nella breve lista dei must see. E l’ho finalmente visto. E, saltando i convenevoli, mi è piaciuto un sacco.  Il film è un noir che segue le vicende della coppia di detective Angela Gennaro e Patrick Kenzie alle prese con il caso di una bambina scomparsa, probabilmente rapita; su questa base si evolve una trama molto ben sviluppata con un ritmo che cambia più di una volta dal calmo al frenetico, scandendo il tempo in modo che risulti difficile stancarsi o disinteressarsi degli avvenimenti, facendo buon uso di svolte ben studiate nello sviluppo della storia. A ciò si aggiunge una struttura incentrata principalmente sui dialoghi, grazie al quale il protagonista ( il fratellino del regista ) riesce a sviluppare un personaggio di ottimo impatto ben studiato nel suo ruolo, affiancato da altri personaggi, prima su tutti la perfetta Amy Rian (che si è beccata anche una nomination come miglior attrice non protagonista agli oscar) seguita dalla deliziosa Michelle Monaghan, ben distinti nel loro ruolo ma non per questo scontati. Il tutto risulta in 114 minuti di pura bellezza cinematografica, che rendono l’esordiente Affleck regista già un nome da evidenziare e seguire con interesse, perchè sembra esserci proprio portato a non farsi vedere per tutta la durata di un film.

Pensando e ripensando all’argomento sono giunto a quella che mi pare una conclusione soddisfacente: ho 18 anni compiuti da nemmeno 2 mesi, e da quando ho due anni che sono in contatto con il mondo della parola scritta.

Sono cresciuto apprezzando un sacco di cose, sviluppando interessi abbastanza ampi su campi che stimolano la mia mente e mi portano, in un modo o nell’altro, allo sviluppo di sensazioni forti, fortissime; ma la parola scritta, cartacea o meno, rimane il metodo di espressione che ritengo più accurato, interessante e, soprattutto, mio.

Mi viene naturale esprimere un concetto attraverso lo scorrere della sfera biro della mia penna o il ritmico battere della mia tastiera; checchè esso poi finisca in un .txt quasi dimenticato in una cartella dal nome ambiguo nel mio hard disk o nella mia Moleskine.

Ed è per questo che stasera, dopo aver visto l’ennesimo film per il quale sento il fortissimo bisogno di esprimere la mia opinione, decido di portare avanti questo progetto.

Senza l’arroganza di imporre la mia idea o di conferirmi autorità alcuna giudicando il rispettabile lavoro altrui, solo per permettere lo sviluppo di due delle mie passioni: la scrittura e il cinema.

Ed è mia intenzione iniziare con il lavoro di un esordiente dietro la macchina cinematografica, sebbene molto rinomato nel mondo cinematografico: Ben Affleck.

Gone Baby Gone, 2007 di Ben Affleck

Dinnanzi a qualche novità bizzarra si tende sempre ad essere se non prevenuti quantomeno riluttanti, e questa è probabilmente l’opinione che si è diffusa quando effetivamente si è venuto a sapere che l’Affleck maggiore avrebbe diretto un film dello stesso autore di Mystic River, persino dello stesso genere andando a confrontarsi con un altro attore che ha deciso (saggiamente, aggiungo) di mettersi dietro la cinepresa, Clint Eastwood.

Ed è un film ambientato a Boston, una città che costituisce una parte importantissima della mia vita, quindi avevo già due motivi più che validi per voler vedere questo film; inoltre il mio punto di riferimento per l’ambito cinematografico, il caro Kekkoz, lo ha giudicato come un’ottima sorpresa del quale mi sembrava quasi entusiasta, ponendolo nella breve lista dei must see.

E l’ho finalmente visto.

E, saltando i convenevoli, mi è piaciuto un sacco.

Il film è un noir che segue le vicende della coppia di detective Angela Gennaro e Patrick Kenzie alle prese con il caso di una bambina scomparsa, probabilmente rapita; su questa base si evolve una trama molto ben sviluppata con un ritmo che cambia più di una volta dal calmo al frenetico, scandendo il tempo in modo che risulti difficile stancarsi o disinteressarsi degli avvenimenti, facendo buon uso di svolte ben studiate nello sviluppo della storia.

A ciò si aggiunge una struttura incentrata principalmente sui dialoghi, grazie al quale il protagonista ( il fratellino del regista ) riesce a sviluppare un personaggio di ottimo impatto ben studiato nel suo ruolo, affiancato da altri personaggi, prima su tutti la perfetta Amy Rian (che si è beccata anche una nomination come miglior attrice non protagonista agli oscar) seguita dalla deliziosa Michelle Monaghan, ben distinti nel loro ruolo ma non per questo scontati.

Il tutto risulta in 114 minuti di pura bellezza cinematografica, che rendono l’esordiente Affleck regista già un nome da evidenziare e seguire con interesse, perchè sembra esserci proprio portato a non farsi vedere per tutta la durata di un film.